9 dicembre 2009 18:00a11 dicembre 2009 18:00

Le arti del suono – Cosenza, Palazzo Arnone 9-11 dicembre 2009

9 dicembre             ore 18  Presentazione della rivista Le arti del suono e concerto di

musica elettroacustica

10 dicembre ore 18  Il Sogno di Pan

11 dicembre ore 18  Man Ray Movies

INGRESSO LIBERO

S’intitola “Le arti del suono” l’ampia manifestazione dedicata alla musica contemporanea che, dopo una prima parte svoltasi a Napoli, proseguirà dal 9 all’11 dicembre a Cosenza presso la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone.

L’iniziativa  si deve all’Associazione Dissonanzen di Napoli e all’Associazione Microcosmos di Cosenza, in collaborazione con il Conservatorio “Stanislao Giacomantonio” di Cosenza, il Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli e la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria, con il sostegno della Banca Carime e dell’Istituto Banco di Napoli-Fondazione.

Il tentativo è stabilire nessi fecondi tra quanto si svolge nell’ambito della musica e dei linguaggi musicali contemporanei  nelle città di Napoli e di Cosenza.  Per questo si assumono come punto di partenza le attività ormai consolidate dell’associazione Dissonanzen  con i musicisti dell’Ensemble omonimo, e l’attività didattica e di produzione che si svolgono nei  due Conservatori  coinvolti, principalmente nei corsi di Composizione e di  Musica elettronica. Questi ultimi  vantano docenti di fama internazionale quali Agostino Di Scipio a Napoli e Francesco Galante a Cosenza.

La rassegna si aprirà il 9 dicembre alle ore  18 con la presentazione della rivista “Le arti del suono” diretta da Agostino Di Scipio e pubblicata dalle Edizioni Orizzonti Meridionali di Cosenza. Alla presentazione prenderanno parte, oltre al direttore Di Scipio (compositore e docente del Conservatorio di Napoli), Franco Alimena (editore), Fabio De Chirico (Soprintendente per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria), Giorgio Reda (Direttore del Conservatorio di Cosenza), Francesco Galante  e Ivano Morrone (compositori e docenti del Conservatorio di Cosenza), Daniela Tortora (compositrice e docente  del Conservatorio di Napoli). Modererà Gianni Trovalusci della Federazione Cemat.

Seguirà un concerto di musica elettroacustica. Tommaso Rossi (flauto) e Daniel Josè Cirigliano (clarinetto) eseguiranno musiche di Bruno Maderna, Massimo Palermo, Francesco Galante, Stefano Silvestri e Denis Smalley.

Il secondo appuntamento,  fissato per il 10 dicembre alle ore 18,  è intitolato “Il Sogno di Pan”. Si tratta di un percorso storico-musicale che ha come oggetto i flauti dolci e traversi. Partendo dal repertorio rinascimentale, l’ascoltatore sarà invitato a confrontarsi con le nuove sperimentazioni elettroniche che utilizzano i flauti. In particolare verrà presentato uno storico lavoro di Bruno Maderna, “Continuo”, dedicato al grande flautista Severino Gazzelloni. Il brano utilizza in chiave creativa frammenti registrati dallo stesso Gazzelloni.

Sarà proposta, inoltre,  “Flowte”, una  recente composizione di Vincenzo Giulio Gualtieri che ricrea artificialmente le sonorità di un Consort rinascimentale. Il concerto vedrà anche la partecipazione di alcuni allievi della classe di flauto traverso del Conservatorio di Cosenza, impegnati  nell’esecuzione per soli flauti di “Serenata per un satellite” di Bruno Maderna.

Man Ray Movies è il titolo dato all’appuntamento conclusivo,  programmato per l’11 dicembre alle ore 18. La sonorizzazione di alcuni film dadaisti di Man Ray (“Le retour à la raion”, “L’etoile de mer”, “Emak Bakia”)  sarà realizzata dall’Ensemble Dissonanzen di Napoli. Il  progetto,  ben collaudato poiché  risale al 2002,  è stato richiesto dalle direzioni artistiche di diverse stagioni concertistiche e  prossimamente sarà ospitato a Torino, nell’ambito del Festival Est-Ovest, e a Modena  nel cartellone degli Amici della Musica.

Man Ray Movies vuole essere un commento sonoro libero che, partendo da alcuni originali pianistici di Erik Satie eseguiti da Ciro Longobardi al pianoforte, si sviluppa attraverso l’uso dell’elettronica, nonché dell’improvvisazione da parte di flauto, tromba, chitarra elettrica e dello stesso pianoforte.

Il concerto, ironico omaggio al ruolo storico delle avanguardie artistiche che costituiscono un imprescindibile riferimento per l’artista di oggi, vuole anche introdurre la dimensione della multimedialità nella moderna fruizione musicale contemporanea, tema per altro affrontato proprio dalla rivista “Le arti del suono”.

L’ingresso libero per tutte le serate.

Pia Tucci

ufficiostampa@conservatoriodicosenza.it

3385048865

9 dicembre            ore 18

LE ARTI DEL SUONO

Presentazione della rivista “Le arti del suono”

Franco Alimena, Edizioni Orizzonti Meridionali

Fabio De Chirico, Soprintendente per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria

Giorgio Reda, Direttore del Conservatorio “S.Giacomantonio” di Cosenza

Agostino Di Scipio Conservatorio “San Pietro a Majella di Napoli”

Francesco Galante Conservatorio “S. Giacomantonio” di Cosenza

Ivano Morrone, Conservatorio “S. Giacomantonio” di Cosenza

Daniela Tortora, Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli

modera

Gianni Trovalusci, Federeazione Cemat

a seguire

CONCERTO ELETTROACUSTICO

Bruno Maderna (1920-1973)

Musica su due dimensioni (1958)

Francesco Galante (1956)

Resilienza (2005-07)-Acusmatico

Stefano Silvestri (1984)

Studio sonoro n.1 (2007)-Acusmatico

Massimo Palermo

Collisioni-Acusmatico

Denis Smalley (1946)
Clarinet threads (1985)
for amplified clarinet and tape

Tommaso Rossi, flauto

Daniel Josè Cirigliano, clarinetto

Agostino Di Scipio, Francesco Galante, Ivano Morrone, regia del suono

Musica su due dimensioni è ormai un classico e proprio per questo ci è sembrato giusto inserirlo in un programma musicale che sia posto a chiusura della presentazione di uno strumento editoriale che guarda anche, tra le altre cose, alla storia della musica elettronica. Composto nel 1958 nello studio di Fonologia della RAI di Milano (e preparato anche con la complicità di Severino Gazzelloni) questo lavoro è basato su un progetto di qualche anno precedente, per il quale il compositore non aveva trovato collaborazione nei responsabili dello Studio für elektronische Musik della WDR di Colonia, in quegli anni concentrati, come si sa su un maggiore “purismo” elettronico.

Il termine Resilienza che dà il titolo al pezzo di Francesco Galante, in realtà definisce un ciclo di progetti musicali partito all’inizio del 2005 e che andrà avanti nel tempo.

La Resilienza assume molti significati di estremo interesse.  In particolare, in Ingegneria e in Fisica si definisce con tale termine la resistenza alla frantumazione che oppongono i materiali se sottoposti a sollecitazioni estreme. Ma altri sono i contesti scientifici e sociali nei quali questa nozione si va diffondendo, per cui essa può guidare e suggerire ipotesi e suggestioni al comporre musicale elettronico. In tal senso essa è stata in parte utilizzata sul piano interno dei suoni                              (disintegrazione e assemblaggio ) ma soprattutto questa suggestione agisce sul piano della percezione dell’oggetto musicale nel suo divenire temporale; risiede nell’idea di costruzione di un movimento formale e del suo ascolto attraverso il continuo forzare una struttura di suoni e di segni sonori dentro un continuum sintattico, fino ad un possibile punto di frantumazione delle sue possibilità di informazione.  Questo mi ha portato a ottenere sovrapposizioni, contrasti e scontri, potremmo dire, tra blocchi di suono e dentro la stessa materia sonora caricata nel tempo di una sempre più alta energia spettrale.

Questo divenire temporale è segnato da suoni impulso, ovvero “suoni-archetipo” che rimandano alla pietra, al metallo, al legno o alla corda, i quali innescano i processi  sonori e contribuiscono alla loro dinamizzazione.

Lo Studio sonoro di Stefano Silvestri, scritto nel 2007, è un brano quadrifonico interamente realizzato al computer (mediante il linguaggio di programmazione Csound), nel quale un sottile contrappunto di scarne figure micro-ritmiche assume nel tempo colori diversi, e vari gradi di densità e presenza che sollecitano in modo caratteristico le riflessioni della sala in cui il concerto a luogo.

Collisioni di Massimo Palermo è il risultato di una serie di riflessioni elaborate in seno al corso di Musica e Nuove Tecnologie del Conservatorio di Cosenza.

Il punto di partenza e principio generatore è la formula implementata da Stephen McAdams sul finire degli anni ’70, per lo studio del fenomeno della fusione timbrica; questa formula ha trovato ben presto applicazione e terreno fertile anche nell’ambito della composizione elettroacustica, poiché offre la possibilità di realizzare dei timbri in sintesi additiva, di natura armonica e non armonica, in modo estremamente agile e potente. L’ipotesi sui cui si è lavorato è stata quella di estendere le possibilità della formula, applicando dei meccanismi di dinamizzazione dello spettro secondo una serie di comportamenti predefiniti.

Questi materiali sono messi a disposizione di uno sviluppo formale in cui le “collisioni soniche” sono organizzate con gesti sonori di varia natura, che obbediscono hai parametri di velocità e densità; scontri tra fasce sonore, dialoghi (a)simmetrici tra elementi dal sapore asciutto e definito, strutture a grappolo contrapposte ad evoluzioni di glissandi con movimento indefinito fino ad arrivare ad agglomerati magmatici squarciati da schegge dal movimento caotico.

Il titolo del pezzo di Smalley, Clarinet threads, rispecchia il rapporto tra strumento acustico e supporto elettroacustico. Il clarinetto produce una ampia varietà di suoni – rumori di chiave, soffi d’aria, intonazioni non definite, note molto alte, multifonici. A questa ricca qualità sonora corrisponde una texture elettroacustica che a volte si fonde con il suono dello strumento, altre volte ne permette l’emergere in termini solistici. Oltre ad inserire la scrittura per la parte acustica in una prassi compositiva di “tradizione”, l’autore ricorre ad un mondo sonoro derivato dagli eventi naturali, quali ad esempio i rumori prodotti dal vento e dall’acqua.

10 dicembre ore 18

IL SOGNO DI PAN

Claude Debussy (1862-1918)

Syrinx (1913)

Gianluigi Durando, flauto

Vincenzo Galilei (1520-1591)

Ricercata V

Bruno Maderna (1920-1973)

Dialodia (1971)

Maki Ishii (1936)

Black intention (1975)

Giovanni Battista Graziadio, flauti dolci

Antonino Chiaramonte

Riflessioni   (2006)
per suoni di flauto (flauto in do, flauto in sol, flauto basso e shakuhachi) elaborati al computer
Campioni di flauto: Gianni Trovalusci, Antonino Chiaramonte
Produzione: AuraMaris Studio ­ Roma

John Cage (1912-1992)

Three pieces for flute duet (1935)

I Allegro giocoso

II Andante cantabile

III Grave adagio

Vincenzo [Giulio] Gualtieri (1965)

Flowte (2003)

per flauto dolce basso, flauto dolce tenore, flauto dolce contralto, flauto dolce soprano ed elettronica.

Tommaso Rossi, flauti dolci

Bruno Maderna

Serenata per un satellite (1969)

Ensemble di flauti dolci e traversi del Conservatorio di Cosenza

Gianluigi Durando, Antonia De Zarlo, Anna Piro e Paola Troiano, flauti

Tommaso Rossi, flauto dolce e traverso

Giovan Battista Graziadio, flauto dolce

Il 1913 è l’anno di Syrinx, l’affascinante quanto essenziale composizione di Claude Debussy per flauto solo, che secondo alcuni, segna il magico inizio dell’avventura del flauto contemporaneo.

Il flauto (e questo discorso non vale solo per  quello traverso ma anche per il suo “cugino” flauto dolce), è uno strumento ritornato assai di moda proprio negli ultimi cento anni, dopo il lungo oblio ottocentesco. Il suo suono plastico ed espressivo ma anche le sue risorse timbriche legate al soffio lo hanno reso straordinario compagno di viaggio di tutti i grandi compositori del XX secolo.

Per quanto riguarda il flauto traverso è stata probabilmente la straordinaria figura di virtuoso di Severino Gazzelloni a rappresentare il maggiore ispiratore di gran parte della produzione del secondo dopoguerra fino agli anni ’70 compresi, mentre per il flauto dolce si deve a Frans Bruggen il merito di aver sensibilizzato per primo i compositori sulle potenzialità espressive del suo strumento. Il timbro del flauto è anche assai adatto ad essere sfruttato in combinazione con il suono elettronico, addirittura spesso come punto di partenza “concreto” di moltissime composizioni elettroniche.

Il concerto di questa sera vuole essere un piccolo esempio di tutto questo: come l’arcano e remoto suono del flauto di Pan abbia potuto generare, nel tempo, un altro suono e nuovi approdi musicali: un “sogno” divenuto realtà….

Se non è casuale l’inserimento nel programma della Ricercata V di Vincenzo Galilei, spirito innovatore che pure guardò al passato (alla musica greca, in particolare) come territorio di ispirazione per una nuova teoria musicale, così la incompiuta Dialodia di Maderna omaggia, con gli occhi emozionati del grande compositore moderno, le forme di contrappunto antico, a cui il musicista veneziano, erede di una tradizione secolare, non poteva non guardare con appassionato stupore. Allo stesso modo, seppur da un altro punto di vista, la musica del giapponese Maki Ishii rappresenta una sorta di resoconto della sensibilità musicale del Giappone arcaico, rivisitato alla luce dei linguaggi musicali contemporanei dell’occidente industrializzato. Eppure, (e questo potrà ad alcuni sembrare persino un paradosso) è proprio nel rapporto con il mezzo elettronico e tecnologico, che gli arcaismi del flauto vengono più in evidenza: passato lontano e futuro prossimo si legano in uno stralunato quanto coerente abbraccio. Ad esempio in Riflessioni di Antonino Chiaramonte, i suoni soffiati del flauto, rapidi come sciabolate improvvise, imprimono immediatamente al brano un ductus temporale intenso, “saturo” che non sembra conoscere pause e silenzi: insomma un tempo “pieno”, rettilineo, non ambiguo. Ma dopo i due minuti iniziali una estesa fascia sonora piatta e schiacciata se su stessa gela improvvisamente la partitura temporale introducendo la sensazione di un tempo irregolare, che ricade continuamente nel vuoto, nell’assenza, nella immobilità. Successivamente i parametri sonori tendono a farsi sempre più intensi e portano ad una sorta di lungo crescendo in cui il volume e lo spessore del suono crescono senza sosta: uno scarto sensibile che produce una violenta accelerazione del ritmo temporale apparente. Il finale sembra suddividere il flusso sonoro in una serie di eventi sonori isolati e la struttura temporale immediatamente ne risente: il tempo “soggettivo”, portato a dilatare la percezione dei singoli accadimenti sonori, si divarica da quello “oggettivo” che tende invece a far scivolare verso lo “sfondo” la percezione dell’insieme.

Opera giovanile, i Three pieces di John Cage ci riportano, quasi ironicamente, verso una dimensione di contrappunto sghembo, un cubismo musicale non privo, nell’ultimo movimento di un forte afflato lirico.

In Flowte Vincenzo [Giulio] Gualtieri gioca con un testo fortemente simbolico di Samuel Beckett e con l’ambiguo ri-specchiarsi del suono/rumore. Fluxus, flatus, flow, flute “fl” flowte è il soffio umano confuso con quello flautistico evocato dai suoni sintetici all’interno del nastro macchina-nastro, alterità falsa dinanzi alla quale l’uomo ripropone dialogicamente se stesso come, nel rapporto voce-strumento, l’intersecarsi dei tre piani di ascolto – esecutore-parlato-nastro – nella suggestione dei suoni/segni beckettiani. Il mescolarsi dei suoni/rumore dell’uomo e dei suoni prodotti dall’uomo dalla sua natura di uomo e lo stesso intersecarsi cala in un gioco di specchi lo strumentista che vede la propria immagine rifratta sia “sul” piano bidimensionale – specchio/nastro – che “nel” piano monodimensionale della voce e lascia alle sue spalle il prodotto sonoro bloccato in un tempo più o meno incerto nella degradabile scoria della tecnologia ed in un gesto – l’eseguito -  atto che si trasforma innaturalmente e paradossalmente in un evento sempre uguale a se stesso.

Un finale a sorpresa è l’esecuzione di Serenata per un satellite di Maderna (lavoro scritto per ogni sorta di organico) per un gruppo di sei flauti (quattro traversi e due dolci), omaggio lieto e giocoso alle utopie allegre, ai sogni buoni che, per fortuna, a volte si realizzano.

11 dicembre ore 18

MAN RAY MOVIES

in concerto con

ENSEMBLE DISSONANZEN

Tommaso Rossi – flauti

Marco Sannini, – tromba

Marco Cappelli – chitarre, live electronics

Ciro Longobardi – pianoforte

Emmanuel Rudnitsky – in arte Man Ray – (Philadelphia, Pennsylvania, USA, 1890-Parigi, 1976) si afferma a New York come fotografo, per poi trasferirsi a Parigi all’inizio degli anni ’20 dove, integratosi nella comunità di artisti di avanguardia accanto a personalita` del calibro di Picasso, Cocteau ed Eluard,  partecipò alle ricerche artistiche di quella straordinaria stagione creativa che conosciamo con il nome di Movimento Dada.

Il rapporto di Man Ray  con il cinema nasce quasi per gioco, come egli stesso scrive nella sua autobiografia, per dare “movimento alle sue fotografie”. Nel clima di rivolta contro la tradizione delle arti figurative che il Dada esprimeva, Man Ray aveva scoperto attorno al 1921 il “rayograph”, cioe` la fotografia senza macchina fotografica. I “rayogrammi” cosi` ottenuti, al di la` della suggestione e del fascino delle immagini astratte che definiscono, costituiscono un precedente significativo per l’affrancamento della fotografia sia dalla tecnica tradizionale, sia soprattutto dall’ estetica che ne determinava i caratteri formali. L’estensione del “rayograph” al cinema contribuira` ad estendere non soltanto il campo di applicazione di questa nuova tecnica, ma anche i confini di un’esperienza estetica ormai aperta ad ogni sperimentazione formale.

I cortometraggi che vedremo questa sera sono ordinati secondo un doppio criterio cronologico e formale.  Il primo film è anche il primo esperimento cinematografico dell’artista: Le retour à la Raison,  del 1923, denota il suo carattere provocatorio a partire dal titolo; fu realizzato praticamente in una sola notte con materiali cinematografici in parte gia` pronti, e fu presentato durante la famosa serata dadaista del “Coeur à barbe”.

Esso si compone di immagini  rayografiche e fotografiche, sequenze isolate, brandelli di pellicola impressionata, organizzate al di fuori di qualsiasi struttura formale e contenutistica: in questo e` un perfetto oggetto dadaista, e il suo significato culturale era direttamente proporzionale al suo potere d’urto nell’infrangere, con la sua antistruttura, le convenzioni dell’arte e della cultura dell’epoca.

Segue un cortometraggio del 1928, L’Etoile de Mer, che ci trasporta in un ambiente in cui un certo vincolo narrativo tra le immagini  ritrova un senso pur nella dilatazione dei nessi che le collegano. Lo stesso Man Ray ci racconta la genesi del film: “ Una notte dissi al mio amico e poeta Robert Desnos che sarei stato felice di realizzare un film su un suo scritto. Lui era in procinto di partire  per un viaggio di due mesi, cosi` io gli promisi che avrei finito il lavoro entro il suo ritorno se lui mi avesse fornito uno spunto prima di partire. Desnos accetto` e, come promesso, la mattina seguente mi porto` una composizione poetica scritta durante la notte: si trattava di una storia meta` composta da sogno e meta` da realta`, che vedeva protagonista una stella di mare che lui teneva in un barattolo accanto al suo letto.”

Emak Bakia, del 1926, ci riporta nel clima di casualita` e di antistruttura de “Le retour à la Raison”, del quale utilizza  addirittura alcune sequenze. Scrive Man Ray: “Una serie di frammenti, un cinepoema con certe  sequenze ottiche, la costruzione di un intero che rimane un frammento. Cosi` come è possibile apprezzare la bellezza astratta nel frammento di un’opera classico, allo stesso modo questo film tenta di indicare l’essenziale nella cinematografia contemporanea. Non è un film astratto ma  non è una storia bell’e pronta: la sua ragione d’essere sta nelle sequenze di forme di luce in movimento, mentre le parti più realistiche servono da punteggiatura o da interruzione della monotonia dell’invenzione astratta. A chiunque sia capace di assistere ad un film di un’ora in cui il 60%  sia composto da conversazioni inudibili  (si riferisce naturalmente al cinema muto –ndr.) si richiedono venti minuti del suo tempo per seguire delle sequenze di idee più o meno logiche, che non hanno nessuna pretesa di rivoluzionare l’industria cinematografica. A coloro che chiederanno “la ragione di questa stravaganza” si puo` semplicemente rispondere traducendo il titolo “Emak Bakia”, un’antica espressione basca che significa: “non mi  seccate”.

Le  musiche d’accompagnamento alla proiezione sono concepite come improvvisazioni  condotte secondo uno studio sulla “reazione” alle immagini attraverso la tecnica della libera associazione di idee, che riflette, se non in senso storico, in senso più strettamente programmatico uno dei punti cardine dell’ estetica Dada e surrealista.

Tali improvvisazioni partono sempre da un’ ossatura centrale, che percorre l’intera performance, per la quale abbiamo scelto la musica di Erik Satie, in particolare le sue pagine pianistiche, recuperando così il “suono” della sala di proiezione dell’epoca, che prevedeva, nella maggior parte dei casi, la presenza del solo pianoforte. Dato il testo originale pianistico, si procederà alla progressiva “polverizzazione” della materia musicale (incisi melodici, elementi accordali, micro-strutture ritmiche), sviluppando in campo informale e improvvisatorio, ed estendendo a tutti gli strumenti del gruppo (ivi compresa l’elaborazione elettronica), gli elementi provenienti dalle pagine di Satie.

Il gioco si manifesta, quindi, anche come continuo “slittamento” tra sincronia e a-sincronia cronologica con il dettato filmico; rimandi al “profumo” epocale e scarti verso una più spregiudicata chiave di lettura musicale.

L’Ensemble Dissonanzen è un organico cameristico che nasce all’interno delle stagioni concertistiche dell’Associazione Dissonanzen di Napoli con la funzione di divulgare la musica del Novecento storico di maggiore impegno. Dal 2002 l’Ensemble si è andato configurando sempre più come strumento di realizzazione ed esportazione di progetti originali. Il gruppo ha collaborato con importanti solisti ospiti quali Michel Godard, Linda Bsirì, Cristina Zavalloni, Enrico Baiano, il duo Markus Stockhausen/Tara Bouman (con il quale ha pubblicato il cd Musica Porosa edito dall’etichetta Niccolò), Jim Pugliese, Stefano Scodanibbio, Alvin Curran. Marc Ribot, Adam Rudolph. L’Ensemble ha suonato per la Fondazione Premio Napoli (Teatro Mercadante), Amici della Musica di Trapani e di Modena, Musica Insieme di Bologna, Natura Déi Teatri e Festival Traiettorie di Parma (Teatro Farnese), Civita Festival, Festival Musica e Filosofia di Maratea, Festival Time Zones di Bari, Associazione Scarlatti Napoli, Festival Internazionale di Ravello, Ravenna Festival, Centro di Musica Antica “Pietà de’Turchini”, GOG di Genova, Festival di Salisburgo, Festival Est/Ovest di Torino. Frequentemente ospitata da RaiRadio3, nello scorso agosto un suo concerto al Festival di Salisburgo è stato trasmesso integralmente dalla Radio austriaca. Ha recentemente pubblicato per la Mode Records di New York un cd dedicato alla musica da camera di Goffredo Petrassi e Luigi Dallapiccola e un altro dedicato alla musica da camera di Hans Werner Henze.

Note a cura di Tommaso Rossi